Ermanno Maria Signorelli
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"A proposito di Jazz..." di e con Gerlando Gatto

 

10 gennaio, 2008

Ermanno Maria Signorelli si confessa: anche nella musica avanza la globalizzazione.

 

A colloquio con l’eccellente chitarrista

Ermanno Maria Signorelli è senza alcun dubbio un personaggio di primissimo piano nel mondo musicale non solo per l’eccellenza della sua musica ma anche per la lucidità e l’estrema intelligenza con cui affronta le problematiche che man mano si pongono. Ne abbiamo un’ulteriore conferma nell’intervista che vi proponiamo qui di seguito.

- Come valuti l'attuale panorama jazzistico internazionale?

A dire il vero mi sembra vivace e stantio nello stesso tempo. Vivace perché accadono molte cose, stantio perchè basta aver fruito degli ultimi vent’anni di jazz per rendersi conto che bene o male sentiamo quasi sempre gli stessi grossi nomi: Jarrett, Steve Coleman, Metheny, Lovano, Scofield, per citarne qualcuno, e che i progetti che portano in giro sono più o meno gli stessi, forse anche per fatti meramente commerciali. Ogni tanto si aggiunge qualche giovane talento, ma che comunque non si discosta, per stile e per modo, poi così tanto.
Trovo che la globalizzazione si stia facendo sentire anche nella musica, compattando tutto in un unico sentire. Da una parte mi sembra cosa buona, così spero cessino quelle insopportabili mode che hanno visto, per esempio, quel “povero martire” di Astor Piazzola e il suo tango in mille salse e intingoli. Mode come lo yoga, il training autogeno, la salsa, il merenghe e chi più ne ha più ne metta, che hanno tentato, inutilmente, di colmare quella pesantezza e crisi di identità tutta europea e occidentale. Dall’altra parte, quasi certamente, credo ci si debba abituare all’idea di un mondo che si esprima in un solo respiro culturale, spero non in una omologazione intesa come mancanza di autenticità e appiattimento.


- Più in particolare, come vedi la situazione del jazz italiano?

Caro Gerlando, non so perché, ma questa tua domanda mi richiama alla memoria, in un tiepido passato quando negli anni ’60 ero bambino, quelle trasmissioni televisive Rai nelle quali il caro amico Franco Cerri, tra una pubblicità e l’altra, si apprestava, in una sorta di didatta-pedagogista, a erudire il popolo italiano verso la musica jazz. Da allora si sono fatti grandi passi in avanti: si è completamente assimilata la cultura americana e il linguaggio jazzistico, e da un po’ di anni a questa parte si è riusciti, per lo meno per alcuni, a dire la “nostra”, e in tal senso a suscitare interesse anche fuori dell’Italia. Approfitto dello spazio che mi dai per togliermi qualche sassolino dalla scarpa e porre l’accento, chiaramente in modo negativo, su quei progetti da tempo in voga che vedono molti bravi musicisti alle prese con rifacimenti e commistioni tra musica jazz e musica leggera. Come in una incapacità di assunzione delle proprie responsabilità, si asseconda e addirittura si aiuta quel mondo che, nel corso degli ultimi 50 anni, si è appropriato di quasi tutti gli spazi culturali del nostro Paese. In una specie di sindrome di Stoccolma, in cui la vittima s’innamora del proprio carnefice, e invece di prendere le opportune distanze, ci si dimentica dei sacrifici fatti e si donano, per quattro soldi, grandi competenze favorendo i vari “nani” della musica. Persone di bassa “statura” culturale, che si vedono conferire lauree “honoris causa”, alcuni addirittura docenti nelle, oramai prive di ogni ritegno e serietà, università italiane, veri e propri emissari di pochezza e mediocrità. Se poi, e concludo, vogliamo guardarci un po’ indietro, con un minimo di dignità, possiamo ripescare nei grandi musicisti, molto più moderni, per scrittura e intuizione, di tanti contemporanei, come Scarlatti, Paisiello, Cimarosa, Rossini, Mascagni e altri. Se ne siamo capaci!

- Secondo Te è possibile parlare di un "jazz italiano"?
Certamente si! In Italia ci sono grandi musicisti e l’arte dell’improvvisazione appare nel nostro Paese da quando il musicista, nel passato, doveva qualificare il proprio intervento durante le celebrazioni liturgiche, e poi basti pensare all’improvvisazione contrappuntistica del barocco, quella romantica e impressionista. Insomma, il jazz inteso come atto improvvisatorio, in Italia è sempre esistito. Desidero menzionare un musicista con cui ho avuto il piacere di studiare una ventina d’anni fa, veramente intelligente, che ha saputo saggiamente coniugare la tradizione jazzistica del “Nuovo mondo” con il grande patrimonio culturale italiano ed europeo: Franco D’Andrea.

- E veniamo a Te, alla Tua musica: come è cambiata nel corso degli anni?
La mia musica è cambiata insieme ai mutamenti avvenuti dentro di me. Il desiderio di appartenenza, la nascita di un figlio e gli affetti che vai via via consolidando, tendono ad aprirti nuovi luoghi espressivi. Luoghi nei quali il pensiero di te stesso lo ritrovi in una piena interazione e continuità con gli altri. Il cambiamento più evidente è stato quando, in una profonda crisi intesa come passaggio evolutivo, la chitarra elettrica mi iniziò a diventare particolarmente stretta e non più tramite ideale, per letteratura, suono e potenzialità, dei miei pensieri più intimi. Il riprendere in mano pienamente la chitarra classica, il cui suono mi ha catturato fin dai primi anni di vita, rappresentava il modo per sentirmi ricollocato, in termini di spazio e tempo, in un contesto storico molto più ampio che mi permettesse di conquistare quel senso di appartenenza e continuità “culturale” che stavo lentamente perdendo.
La mia più grande sfida, attualmente, consiste nel cercare il modo di trovare la giusta collocazione della chitarra classica in dinamiche del nostro tempo, in linguaggi tipici della musica contemporanea applicata alle tecniche peculiari dello strumento classico. In sostanza, mi piace l’idea di suonare brani che vanno dai maestri del ‘500, passando da De Visée, Roncalli, Weiss, e Bach per arrivare a Malipiero, Maderna, Coltrane e Davis.


- Quali sono gli elementi che maggiormente hanno concorso a determinarla così com'è oggi?

L’elemento fondamentale è stato l’aver attuato concretamente un progetto musicale in acustico.
Questa ricerca comanda di metterti completamente in gioco in una logica scevra da elementi artificiali, come l’utilizzo dell’elettronica da me già in passato sperimentata. Ti apre spazi espressivi nei quali si può riuscire a dare forma ai silenzi che paradossalmente possono diventare, superando il primato del suono, in una moltiplicazione di reazioni emotive, l’elemento dominante del discorso.

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- Quanto ami "raccontarti " in musica?
Mi racconto totalmente attraverso la musica che faccio, e la cosa sorprendente è che le mie composizioni mi aiutano a capire me stesso. E’ una sorta di staffetta in cui il testimone, le mie emozioni, passano alla musica e arrivano fuori. Il risultato è preciso e determinato nonostante costituisca la sommatoria di contraddizioni, paure, tormenti che caratterizzano me e probabilmente qualsiasi altro individuo. “Dove tutti urlano non c’è voce che basti per farsi sentire” (F. Costantini), forse l’unico modo per raccontare se stessi e per farsi ascoltare è la musica.

- Quanto ha influito sulla tua formazione di musicista l'essere meridionale e napoletano?

Le mie origini hanno certamente, in parte, influito sulla mia formazione, entrando in contatto, però, con altri punti di vista culturali. Avendo vissuto in Francia, a Milano e attualmente a Padova, ho avviato un processo di interiorizzazione di più elementi culturali che si sono combinati in una sintesi a me confacente e positiva. Credo, altresì, che l’essere di origine partenopea abbia influito sulla mia scrittura musicale, dove presto particolare attenzione al senso melodico, forse grande eredità del melodramma italiano e della canzone napoletana, in modo diretto. Caro Gerlando, ti confesso, e mi scuso per la sfrontatezza, che mi mancano molto i “friarielli” che fanno tanto bene al palato e allo spirito.

- Qual è la "collaborazione" che ricordi più volentieri?
La collaborazione che più mi ha emozionato e che ancora oggi ricordo piacevolmente è stata quella con Reggie Workman, con cui ho tenuto alcuni concerti negli anni 80 nella ex Yugoslavia. La cosa che più mi colpiva era suonare con il contrabbassista che aveva inciso, nel 1961, con il quartetto di Coltrane l’album “Impressions” insieme a McCoy Tyner ed Elvin Jones. Incredibilmente, stavo partecipando ad una performance con un musicista, particolarmente trainante, che veramente aveva vissuto il periodo, capitanato da John Coltrane, in cui il jazz determinava la forte rottura con il passato dirigendosi verso l’improvvisazione modale. Periodo storico, non direttamente vissuto dalla mia generazione, ma solamente ereditato come bene dal passato.

- E' corretto affermare che soprattutto nel tuo ultimo lavoro discografico?
"3" si avverte ben presente il richiamo alle concezioni di Bill Evans?
Questo accostamento è in parte corretto, in quanto alcuni brani del mio ultimo lavoro discografico, per esempio “Trieste”, ricordano la compostezza formale, quasi in punta di piedi, delle composizioni in 3/4 di Bill Evans. Tuttavia, credo che la grandezza di questo musicista non sia tanto nella gestione rivoluzionaria del trio, invasa da grandi oscillazioni di dinamica, ma quanto nella profonda ricerca armonica particolarmente originale che possiamo ritrovare nelle sue composizioni.
Nel micro-cosmo in cui mi muovo e, quindi già lusingato di questo avvicinamento al grande Bill Evans, ritengo che la mia musica si manifesti in un concetto meno formale e più istintivo, come in un mantice che in apertura e chiusura crei continue oscillazioni istantanee sensitive.


- Cosa c'è nel futuro di Ermanno Maria Signorelli?

C’è un grande desiderio di suonare perché, finalmente, da pochi anni a questa parte, ho capito con chiarezza e consapevolezza a quale ruolo di “narratore” sono chiamato a rispondere.
Voglio pensare che sia una grande responsabilità, perché nel momento in cui chi ti ascolta ed entra in forte sintonia con te fino ad emozionarsi, è come se si facesse prendere per mano e portare in aree espressive di pura gratuità, dimenticandosi per un istante di essere spettatore e vivendo da protagonista quello che si sta facendo. E questo per me è un grande valore.
In un futuro vicino, vorrei, insieme ad Ares Tavolazzi e Lele Barbieri, registrare un nuovo cd. C’è l’idea di vederci a casa mia, visto che ora vivo in una zona tranquilla di campagna, per passare qualche giorno insieme e pensare a quale direzione musicale si intenda prendere.
Nel frattempo stiamo portando in giro per l’Italia il nostro ultimo lavoro “3” che è il frutto di anni di concerti e di una grande voglia di stare assieme.
In cantiere ho anche un progetto molto ambizioso, un cd di chitarra solo, e in questo l’etichetta “Blue Serge” con cui lavoro, nella figura di Sergio Cossu, sta spingendo da tempo.

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"A proposito di Jazz..."      di e con Gerlando Gatto, Settembre 2007

Ermanno Maria Signorelli è un altro di quegli straordinari musicisti che meriterebbero ben altra considerazione. Il suo ultimo progetto “3 - Blue Serge BLS 010” lo vede alla chitarra classica in trio con Ares Tavolazzi al contrabbasso e Lele Barbieri alla batteria. I tre collaborano assieme dal 2004 per un progetto davvero intenso ed originale, caratterizzato dal fatto che i tre strumentisti suonano rigorosamente acustico. Di qui una sensazione di straordinaria nitidezza, di grande intimità, di profonda introspezione, in una successione di composizioni originali con l’aggiunta di “Talega de pan” di Agudo e “La luna e il dito” un pezzo scritto da Francesco De Gregori con Tavolazzi, Fedrigotti e Sinigaglia. I suoni della chitarra classica, del contrabbasso e della batteria, si fondono mirabilmente dando vita ad una musica allo stesso tempo antica e straordinariamente moderna: il sound è di quelli cui non siamo più abituati ma per chi lo sa apprezzare è davvero una carezza per l’udito. E sono convinto che è proprio questo l’obiettivo cui i tre tendono, nel riuscito tentativo di creare un’espressione sonora che sfugge a qualsivoglia tentativo di classificazione per porsi al di là di ogni barriera stilistica o di genere. In particolare Signorelli si segnala per la sua superba musicalità che alla chitarra classica si evidenzia ancora di più: le corde vengono quasi accarezzate con grande delicatezza, ogni nota viene soppesata il giusto, mai un’esagerazione, mai la voglia di stupire ma sempre l’esigenza di esprimere con grande sincerità il proprio io. Di conseguenza c’è il gusto della raffinata armonizzazione, della pausa, del sottrarre anziché dell’aggiungere.

Insomma davvero una prova di grande maturità cui, ne siamo sicuri, seguiranno molte altre.

Gerlando Gatto

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CHITARRE, Novembre 2006

 

 

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NEW AGE and New Sound 2006

 

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JAZZIT 2004

 

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JAZZIT 2003

 

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HOT 2003

 

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ALL MUSIC 2003

 

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AXE 2003

 

AF Digitale 2003

Dalla rivista "AF DIGITALE" di Dicembre 2000:
'ATTESA ... jazz emozionale e lirico, questo secondo CD del chitarrista Ermanno Signorelli, dopo il riuscito AD OCCHI CHIUSI. Dipana un delizioso fraseggiare che però ha uno straziante tema di fondo: la dedica alla madre scomparsa'


Dalla rivista "GUITAR CLUB" di Giugno 1999: Intervista

'...compositore ed arrangiatore sempre attento agli equlibri dell'insieme ed alla naturalezza dell'espressione e del dettato melodico, Ermanno Maria Signorelli da luogo a trame chitarristiche dal sound limpido e cristallino e ad un approcio denso di concretezza, alternando al suo playing circospezione, slancio ed affondi d'ala... musicista che capisce lo slancio « dell'insieme » con gli altri strumenti... (G. Selini)'

Quali sono state le tappe fondamentali della tua formazione musicale?
Innanzitutto è stata fondamentale la frequentazione, per 10 anni, del Conservatorio: mi sono diplomato in chitarra classica e ho studiato composizione. Inoltre, è stato determinante lo studio per 6 anni della chitarra e dell'armonia jazz con Tomaso Lama e i corsi di perfezionamento con Diorio e Pass.

Come sono nati i brani del tuo cd "Ad occhi chiusi"?
Per lo più si tratta di brani nati diversi anni fa: ogni brano vuole raccontare una storia e tutti rappresentano quindi momenti della mia esistenza.

Quale funzione ha nella tua musica la componente melodica?
La melodia è una parte importante della mia musica e la sua funzione espressiva rilevante vive in stretto contatto con le componenti ritmiche e armoniche della mia proposta.

Come vedi l'improvvisazione nel tuo fare musica?
Col passare del tempo mi sono sempre più avvicinato a un'idea di improvvisazione sempre più sincera, arrivando cioè a creare qualcosa di mio, ogni volta diverso, nel momento in cui improvviso.

Come hai lavorato agli arrangiamenti dei pezzi del tuo cd?
È vero che il jazz è fatto di momenti di grossa individualità; io però cerco di realizzare l'idea del suonare insieme, attraverso atmosfere più asciutte, con un equilibrio tra i vari strumentisti impegnati nell'esecuzione dei miei pezzi. Con il sassofonista Roberto Martinelli, c'è una stretta intesa sul piano umano e suonerei con lui anche se suonasse l'arpa! Ho lavorato anche sugli accostamenti armonici e timbrici più idonei ai miei pezzi e ho voluto che ogni musicista avesse un proprio spazio, senza che uno limitasse l'altro.

Dunque, con quale criterio hai scelto, oltre a Roberto Martinelli, di cui abbiamo appena parlato, i tuoi compagni di cordata per la registrazione del cd?
Reputo il contrabbassista Furio Di Castri uno dei più sensibili musicisti italiani, un interprete ideale per rendere viva la mia musica. Lo stesso discorso vale per Marco Tamburini alla tromba e Roberto Gatto alla batteria.

Come vivi il rapporto tra composizione e improvvisazione nella tua musica?
Nella mia musica è importante lo sviluppo improvvisativo ma altrettanto importante è che vi sia un presupposto che orienti la direzione dell'improvvisazione. Quindi il tema ha un valore di identità per il pezzo e va a pilotare il discorso improvvisativo.


Dalla rivista "GUITAR CLUB" Febbraio 1998:
' ...con la sua proposta, Signorelli ci regala sette stupendi acquarelli di jazz Europeo in cui improvvisazione ed arrangiamento si fondono con poesia, limpidezza e fantasia. Le delicate cesellature ritmiche di Signorelli, unitamento al dinamismo diafano e robusto di Gatto (batteria) e Di Castri (contrabbasso) ci conducono in Ore Nuove, brano impressionistico, messo altresì in evidenza dagli interventi complementari di Tamburini (tromba) e Martinelli (sax soprano)... (G. Selini)'


Dalla rivista "GUITAR CLUB" Gennaio 1998:
'Chitarrista di solida formazione, Signorelli si rivela abile compositore di temi mai banali, che si sviluppano secondo soluzioni armoniche e melodiche originali, ben assecondato e coadiuvato dalle splendide voci strumentali dei suoi ospiti... (G. Fairsoni)'


Dalla rivista "MUSICA JAZZ" Aprile 1997:
'AD OCCHI CHIUSI : debutto discografico di Signorelli, chitarrista di comprovati mezzi tecnici e di marcata sensibilità musicale. Il suo universo espressivo pare orientato al recupero di atmosfere romanticheggianti (Acqua antica) e comunque intimistiche, spesso permeate di riflessiva malinconia (Siam tutti bambini, Preghiera) e capaci di evocare una dolce cantabilità. Di sicuro interesse anche il lavoro di ricerca sulla sonorità... (A.S.)'


Dalla rivista "JAZZ" Febbraio 1997 :
'Ermanno Maria Signorelli si avvicina « ad occhi chiusi » e senza alcuna presunzione declamatoria ad un gradevole lessico personale, arricchito da istantanee oscillazioni sensitive. Prodigiosi luoghi simbolici che si cristallizzano liberamente in immagini surreali o in ipotetiche descrizioni paesaggistiche... Ore Nuove e Ad Occhi Chiusi si solidificano all'interno di una caratterrizzazione dai tratti lievemente orientali, impressioni facilmente transitabili nella coerenza dei suoni, spigliati e leggeri, quasi bucolici... Il tutto coordinato dalla spigliatezza poetica di Signorelli, opportunamente distante da consueti luoghi comuni... (G. Taormina)'